Sabato 29 giugno al parco Novi Sad torneo della Quintana
"Che cosa sono i tornei' Apparsi nella metà dell'XI secolo nella Francia occidentale (dal latino tornare, far girare sul tornio), consistevano nello scontro fra due gruppi di combattenti su un ampio terreno lontano dalle zone abitate. Divennero immediatamente popolari, tanto da diventare il passatempo preferito dal mondo aristocratico e non solo. Nell'epoca della sua maggiore fortuna, tra la fine dell'XI sec. e l'inizio del XIII, il torneo era piuttosto violento e realistico: si simulava una battaglia, combattuta fra squadre spesso unite da vincoli di parentela e nazionalità. Lo scopo non era quello di uccidere l'avversario (sebbene inizialmente non si usassero ancora armi spuntate, per cui si rischiava seriamente la vita), ma di disarcionarlo per poi prendere il suo cavallo (bene considerato preziosissimo). Per la sua pericolosità, la Chiesa si oppose a questa usanza, senza tuttavia riuscire a bloccarne l'enorme popolarità. Nel corso del Duecento la connotazione spettacolare del torneo divenne prevalente sugli aspetti più violenti della battaglia simulata: lo scontro singolo tra due cavalieri - la Giostra - si sostituì al più pericoloso combattimento di gruppo. Così regolato e accompagnato da festeggiamenti sempre più sontuosi, il torneo continuò a rappresentare per secoli uno dei divertimenti preferiti dalle corti europee, passando di moda solo all'inizio del Seicento. A che cosa servivano' A partire dall'XI sec. fino al XIV sec. i tornei cavallereschi costituivano l'evento mondano più atteso dalla variopinta umanità che si raccoglieva attorno alle corti: ai personaggi dell'alta società si aggregava il popolo, per una volta ammesso a partecipare seppur passivamente, a settacoli generalmente riservati ai nobili. Dame, signori e alti prelati assistevano con entusiasmo ai duelli combattuti da valorosi cavalieri, per i quali il torneo rappresentava un'ottima occasione sia di mettersi in mostra agli occhi dei potenti, sia di tenersi in allenamento in tempo di pace. Il torneo altro non era, infatti, se non il simbolo dei valori della guerra, nonché di quelli tipici della società medievale: obbedienza a un codice d'onore, ostentazione di ricchezza, appartenenza a una nobile casata. Eppure il successo di uno "sport" così rischioso non si spiega solo in termini di divertimento o di allenamento alla guerra: in realtà esso offriva ai cavalieri ottime possibilità di guadagno, ai vincitori spettavano i cavalli e le armi degli sconfitti, nonchè il riscatto degli eventuali prigionieri. Molti cavalieri, soprattutto giovani e cadetti senza terra, fecero del torneo la loro professione, pronti ad accorrere ovunque un principe decidesse di bandire un incontro. Erano disposti a correre il rischio di essere gravemente feriti o addirittura uccisi pur di avere la possibilità di far fortuna in un sol colpo. Ovviamente, al fascino del torneo concorreva anche la sua natura di divertimento d'elite e di fastoso rituale celebrato per conqistare la stima delle dame. Era pericoloso combattere nei tornei' Una buona e spessa corazza non era garanzia di incolumità; un colpo di balestra - il più grande nemico per i guerrieri a cavallo -, bastava a renderla vana, e a quel tempo anche una banale ferita poteva portare alla morte, considerata l'inesistente assistenza medica sul campo di gioco. Ma i cavalieri erano per antonomasia coraggiosi e fieri; per difendere il proprio corpo indossavano una pesantissima e ingombrante armatura che solitamente comprendeva: un corsetto in metallo (il cui peso era non meno di 25 chili), elmi, lance, bracciali di cuoi indurito, mazza di legno, scudo, spada. Quando i contendenti si afrontavano, pur non utilizzando le micidiali armi che usavano in guerra (le lance da torneo sono smussate) erano consapevoli del rischio di incidenti, spesso mortali, a cui andavano incontro. Il cavaliere e i suoi ideali. Il protagonista del torneo si addestrava a combattere già alla tenera età di sette anni, quando veniva mandato a corte come paggio. Il giovinetto di nobile famiglia trascorreva l'adolescenza al castello assieme ai suoi coetanei, sotto la guida di un tutore che li avrebbe iniziati alla guerra. Inizialmente il futuro cavaliere prendeva confidenza con il cavallo e le ingombranti armature: intanto, in attesa di maneggiare armi vere e proprie, ingaggiava finte battaglie fra soldatini. Oltre all'addestramento fisico e allo studio dei doveri di guerriero, il praticantato prevedeva l'esercizio della lettura: le imprese degli eroi, difensori delle giuste cause, infervoravano le giovani e fantasiose menti degli aspiranti cavalieri. Imbevuti di quegli alti ideali d'onestà, onore e amore narrati nei poemi, avrebbero poi dovuto fare i conti con la realtà, molto più cruda, della politica della guerra come gioco di potere.Per esercitarsi a disarcionare l'avversario, il giovane guerriero usava una giostra dotata di un braccio girevole: da una parte era posto il bersaglio, dall'altro un sacco imbottito che si sarebbe schiantato contro gli avversari meno lenti a scansare la mossa dell'avversario. Alla fine del tirocinio, l'investitura a cavaliere veniva celebrata con una fastosa cerimonia. "
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