Musica, pittura, scultura e poesia nel racconto di tutta una vita
"Augusto Daolio è nato a Novellara (Re) il 18 febbraio 1947... "nel cuore della notte,' scrisse lui stesso, 'mentre freddo e brina duellavano con rami secchi di pioppi e tigli". La sua avventura musicale con i Nomadi inizia, a fianco di Beppe Carletti, nel 1962 e lo accompagna fino agli ultimi momenti della vita. Diversi, lontani dalle mode, al di fuori delle logiche di business, ma profondamente immersi nel loro tempo, intensamente legati ad una generazione che si stava ribellando ai pregiudizi ed al bigottismo religioso, i Nomadi e l'attività musicale di Augusto hanno segnato un'epoca. Le loro canzoni furono una bandiera per tanti giovani degli anni Sessanta e Settanta, per le generazioni successive e, ancora, per i loro figli, perché nel "sentire comune" non esiste un salto generazionale. Era il 1966 quando Augusto cantava 'Come potete giudicar, come potete condannar, chi vi credete che noi siam, per i cappelli che portiam...' ; i nomi allora famosi sono spesso avvolti nella nebbia dei ricordi, i Nomadi hanno invece attraversato il tempo con la forza della convinzione nelle loro idee; Augusto, in particolare, con la sua voce continuava ad appassionare generazioni di persone. Mentre molto intorno cambiava, 'loro sono rimasti su quel palco a dire le loro cose macinando musica e chilometri' come scrive Alberto Gedda, e ancora: 'impegno dichiarato, affermato, vissuto, attraverso il leader carismatico Augusto: cantante, musicista, pittore, scultore, poeta, amico. E, all'apice, nel 1992 la tragedia: prima la scomparsa Dante Pergreffi. Qualche mese dopo Augusto. Un vuoto immenso...' Che voce strana, quella di Augusto, un po' nasale, sicuramente non bella se giudicata con i parametri della timbrica, del calore e dell'estensione, ma una voce piena di carattere, ricca di capacità interpretative, potente ed energica. Secondo Toni Jop, Augusto 'aveva un timbro inconfondibile, era suo e solo suo, così come accade ai grandi interpreti, aveva un rapporto originale con l'intonazione, non nel senso che era stonato ma che era in grado di giocare, senza compiacimenti, sotto o sopra le righe dei toni [...]. Fuori da questo bel sentiero dell'espressione umana sarebbe difficile accettare la 'bellezza' della voce di Bob Dylan, come della afonie di Joe Cocker, dei grugniti di Tom Waits, degli squarciagola di Janis Joplin'. "
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