“Il voto alle donne rappresenta una svolta epocale, frutto del protagonismo femminile nella guerra e di una nuova dimensione di massa della politica, oltre che dell’azione dei movimenti femminili. E se con il decreto Bonomi, 31 gennaio del 1945, alle donne viene riconosciuto solo il diritto di votare (voto attivo), nel marzo del 1946, nell’imminenza delle elezioni amministrative, viene riconosciuto loro anche il diritto a essere votate (voto passivo). Ma anche allora si guardava più all’eleganza e alla prestanza fisica che alle idee e capacità delle donne”. Lo ha fatto notare Patrizia Gabrielli docente di Storia contemporanea e di genere all’Università di Siena intervenendo alla seduta di oggi, lunedì 22 aprile, del Consiglio comunale dedicata alla Celebrazione della Liberazione di Modena.
“Erano passati molti anni dalla prima petizione per chiedere il voto alle donne, risalente al 1863, eppure attraverso certa stampa passava il messaggio che il voto potesse creare disordine sociale, arrecando problemi alla dimensione privata: ‘donne alle urne, cucine vuote’ era lo slogan in voga”, ha osservato la studiosa. “Inoltre, si pensava al rischio dell’assenteismo al voto delle donne. Non fu così e ben 2 mila donne furono elette nelle prime tornate elettorali; 17 solo a Modena, mentre a Fanano venne eletta sindaco Elena Tosetti che per recarsi alle urne fu la prima a scendere in strada per spalare la neve. Nella Costituente furono elette 21 donne contro 256 uomini”, ha proseguito. “Quelle donne si vollero rappresentare come un’eccezione: le elette erano ineleganti, sciatte, poco avvenenti e rappresentate come ‘mogli di’, anche se avevano biografie ricche di formazione e militanza nella politica. Credo che la mancata rappresentanza femminile nelle istituzioni – ha concluso Gabrielli – sia legata a questo fragile modo di rappresentare le donne, legato alle virtù fisiche; una caratteristica più forte nel nostro paese che in altri”.
Enrico Nistri, giornalista e scrittore, ha delineato in Aula i vari tentativi compiuti per “addivenire alla conciliazione tra gli italiani”, a partire proprio dall'amnistia redatta dall'allora ministro di Grazia e Giustizia Palmiro Togliatti che indicava “la necessità della conciliazione e della pacificazione di tutti i buoni italiani”. Nistri ha citato, tra gli altri, il volume “Mussolini social fascista” di Giorgio Bocca del 1983; la dichiarazione di Oscar Luigi Scalfaro del 1993 sul fatto che “ai morti di ogni parte si deve rispetto”; per poi chiudere con un riferimento al discorso di Luciano Violante del 1996 quando, da presidente della Camera, si riferì ai ragazzi e alle ragazze che aderirono alla Repubblica di Salò ritenendo di servire in quel modo la propria Patria. “Pacificazione non significa livellamento, sono cose diverse – ha sottolineato Nistri concludendo che – ancora oggi abbiamo bisogno non di livellare ma di capire”.
Lorenzo Bertucelli, docente di Storia contemporanea dell’Università di Modena e Reggio Emilia, ha evidenziato come la cultura ebraica insegni che la condizione del perdono è il ricordo: “Il ricordo della fine della guerra, della sconfitta di quel tipo di progetto totalitarista e della liberazione da esso. Al di là delle giuste compassioni, oggi dobbiamo orientare le valutazioni delle comunità sul tema. Dimenticare per ragioni di convenienza è rischioso in una fase in cui ci troviamo probabilmente ancora di fronte a bivi fondamentali. Quale tipo di democrazia vogliamo avere nel XXI esimo secolo?”, ha chiesto dopo aver ripercorso alcune tappe fondamentali della seconda guerra mondiale. “Dopo il conflitto era impossibile tornare ai regimi liberali precedenti, c’era consapevolezza della necessità di cambiamento. La seconda guerra mondiale – ha concluso – è stato fondamentale per permettere alla democrazia di riconquistare il consenso delle masse”.
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